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CONTRA - VAMPIRE

Autore:       Vincenzo Abet
pubblicato    mercoledì 17 marzo 2010   

Band fresca e nuova, proveniente dagli Stati Uniti, i Vampire Weekend rappresentano una formula innovativa nell’odierno panorama musicale, capaci di offrire suggestioni accattivanti e misture sonore d’ispirazione contrastante, come si trattasse di una pietanza in cui rustico e dolce si armonizzino al meglio.
Pubblicato il 10 gennaio 2010 Contra è il secondo album di questo gruppo che, formatosi nel 2006 a New York durante gli anni dell’università, ha tratto il proprio nome da un film amatoriale girato dal cantante Ezra Koenig. Il disco comincia con Horchata, con un motivo semplice e dolce, come una sorta di filastrocca per bambini; ma nemmeno il tempo di assorbire la melodia che un impianto ritmico di ispirazione tribale impone all’andamento del brano di alzarsi, di divenire più grosso e poderoso: immediatamente ci si figurano di fronte scene di danza dei popoli d’Africa. Entrambe le tendenze, guidate dalla cristallina voce del cantante, si intrecciano assieme a coinvolgere l’ascoltatore, componendo un affresco colorato dalle tinte fiabesche di una realtà pura ed infantile.
Il secondo brano è White Sky e qui l’impianto musicale ricorda i videogiochi, i suoni midi degli indimenticati arcade. La melodia di base è sempre semplice e facile all’assorbimento della memoria; la sezione ritmica è incalzante, ansiogena ma monotona; la voce del cantante si fa acuta e quasi di ispirazione femminea: resta una certa tendenza all’evocazione della fiaba.
L’andamento del terzo brano, Holiday, è scanzonato, fresco, richiama il periodo dell’anno riempito da gioia e luce: l’estate viene perfettamente riportata alla mente del fruitore, senza però sfiorare le facili suggestioni BeachBoysiane; anzi le idee sono originali e nuove con intrecci melodici semplici ma per nulla banali.
Proseguendo si ascolta Taxi Cab: l’incipit richiama le atmosfere riflessive di un certo Beck, accompagnate da una costante essenzialità ritmica (cassa incalzante in quattro, grossa e poderosa). A fare da contrasto con la voce, più scura e calma, e con la cassa, gommosa e costante, c’è un pianoforte che propone una melodia semplice, simile al carillon. Il costrutto melodico giunge ad arricchirsi di suoni che evocano il clavicembalo ed una specie di andamento “imperiale”. Il brano prosegue dolce, carezzevole, ma un po’ inutile, privo di ispirazione.

Con California English sembra proprio di guardare ad una specie di Giamaica: si sente, nella voce, Bob Marley; si percepisce, nel tappeto ritmico onnipresente, l’impianto ossessivo nero, essenziale ed incalzante, che ricorda la tradizione d’Africa. La melodia è semplice e le fonti sonore abbondanti, ma il brano non è memorabile.
Proseguendo si ascolta Taxi Cab: l’incipit richiama le atmosfere riflessive di un certo Beck, accompagnate da una costante essenzialità ritmica (cassa incalzante in quattro, grossa e poderosa). A fare da contrasto con la voce, più scura e calma, e con la cassa, gommosa e costante, c’è un pianoforte che propone una melodia semplice, simile al carillon. Il costrutto melodico giunge ad arricchirsi di suoni che evocano il clavicembalo ed una specie di andamento “imperiale”. Il brano prosegue dolce, carezzevole, ma un po’ inutile, privo di ispirazione.
Giungiamo a Run, e qui sembra di ascoltare, reso in musica, un poderoso frullato di elementi culturali e di vita quotidiana: si percepisce una melodia che ricorda la fiaba, nella voce, ma ad essa si affianca un impianto ritmico che rammenta i videogiochi degli ’80, fino ad un trionfo di synth stranianti. Il tutto è davvero incoerente, assurdo, ma piacevolissimo da ascoltare. C’è qualcosa di distaccato eppure trionfale: all’essenzialità dei suoni canonici si accompagna una ricerca su quelli sintetici e sulle sezioni ritmiche (che impongono il movimento a chi le ascolti).
L’incipit del brano Cousins, nei suoni della chitarra, quanto a matematica ed essenziale ossessività, ricorda Robert Fripp; il prosieguo propone un basso che è a metà fra la tarantella e Cuore Matto. Il brano è senza dubbio incalzante e ricco ma per nulla originale né interessante. Il batterista certamente si guadagna lo stipendio.
Accattivante l’inizio dell’ottavo brano, Giving Up The Gun, anche se rammenta un po’ il pop che la fa da padrone sulle più grosse emittenti della video-musica attuale. Le intenzioni sono buone ma il risultato è una specie di carillon (che evidentemente esercita un certo fascino sui componenti del gruppo – argomento di riflessione per gli psicoterapeuti interessati) monotono e “sbadiglifero”. L’uso dei suoni, degli effetti, è a sproposito e maschera la secchezza di idee: lo strumento diviene scopo.
Con Diplomat’s Son siamo in dirittura d’arrivo e, quasi quasi, viene da dire “finalmente”. Il disco degrada verso un certo strazio: c’è il riferimento al reggae, al ritmo nero, ma è come se trionfasse un assai moderno senso dell’inutile, di decadenza. L’elettronica ha grande rilevanza: c’è qualcosa che è dub , drum and bass e c’è una linea melodica vocale che suggerisce cannabis. Simpatico, “ma anche no”.


Il sigillo conclusivo del disco, I Think Ur A Contra, ha un inizio ispirato e poetico, quasi una personale confessione. La voce ricorda gli spesso simili a se stessi Sigur Ros; l’impianto ritmico è essenziale e costante, come simulazione di pesanti passi fatti per avvicinarsi ad una rivelazione: la sezione di archi, lirica e tranquillizzante, pare chiudere un discorso, come la pace della sera, lo spegnersi del giorno. I suoni digitali sono lunghi e su di essi si adagiano i caldi strumenti acustici: un’ottima mistura. La conclusione è improvvisa.

Infine, i Vampire Weekend con Contra ci ricordano quanto sia complicato creare e partorire un disco; senza dubbio ci sono delle idee interessanti ma…è un po’ poco.


Voto: 5e1/2 (su 10)

LA SCHEDA:
Contra

Vampire Weekend
Etichetta: Indipendente

1. Horchata (3:28)
2. White Sky (2:59)
3. Holiday (2:18)
4. California English (2:29)
5. Taxi Cab (3:55)
6. Run (3:52)
7. Cousins (2:25)
8. Giving Up The Gun (4:46)
9. Diplomat’s Son (5:59)
10. I Think Ur A Contra (4:27)

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